lunedì , 20 novembre 2017
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Quando muore un cane sportivo…

di VALERIA ROSSI – Sembrerà strano a chi non ha mai vissuto questa esperienza, ma… la morte di un cane compagno di sport, oltre che di vita, è qualcosa di diverso.
Non dico che sia “peggiore”: non si può fare la scaletta, la graduatoria del dolore che ti attanaglia quando viene a mancare un amico. Però è diverso.
Ho pensato di scrivere queste righe dopo aver letto un commento su FB, in calce all’articolo che parlava della scomparsa di Batistuta, la labrador di Claudio Cazzaniga.
Il commento diceva così: “Bah…. forse piu che amare il cane il tizio amava ciò che gli ha permesso di raggiungere, io non mi sarei mai soffermato sull’aspetto sportivo“.
Ecco… preciso subito che io non sono Voltaire.
O meglio: sono d’accordo sul concetto di  “non essere d’accordo con un’idea, ma di esser disposti a morire purché l’altro sia libero di esprimerla”, solo perché questa è la base della democrazia. Però certe idee sono proprio idee del cavolo, e a volte se uno se le tenesse per sé farebbe miglior figura.

sportivo1Detto questo, mi piacerebbe provare a spiegare a colui che invece l’ha resa pubblica, questa idea (e a tutti coloro che potessero pensarla nello stesso modo), il motivo per cui Claudio si è “soffermato sull’aspetto sportivo”, citando tutte le vittorie della Bati: è stato un gesto di rispetto, un modo per rendere onore a questa grandissima cagnolina, che è stata un punto di riferimento importante per la cinofilia italiana proprio grazie alle sue vittorie.
Vittorie che, però, non significano “coppette vinte dal suo conduttore”: significano cuore, coraggio, impegno, dedizione, rapporto, amore.
Significano tutti i termini che normalmente associamo alla parola “cane”, spesso senza sapere cosa significhino davvero: e cioè limitandoci alla retorica astratta, ma senza averli vissuti nella vita di tutti i giorni.
Solo quando fai sport con un cane smetti di essere un “padrone” e diventi veramente un “partner”: che è più di “amico” ed è anche più di “membro della famiglia”.
I membri della famiglia, a volte, li sopportiamo a malapena. Gli amici, si sa, vanno e vengono.
Ma quando fai attività con un cane – si tratti di sport o di lavori di utilità sociale – crei un rapporto immensamente più stretto: diventi davvero un binomio inteso come unità indissolubile, come Yin e Yang, come le proverbiali due metà della mela.
Di solito non è così automatico farle coincidere: a volte costa sudore e fatica, lacrime e sangue. Ma quando ci sei riuscito, quando la mela si compone nella sua interezza, allora diventi molto, ma molto più di “uno che ha un cane”.
Sei qualcuno che vive un legame perfetto, un’intesa totale fatta di sguardi, di sfumature, di segnali comprensibili soltanto a voi due, che il resto del mondo può solo osservare dall’esterno ma non potrà mai capire appieno.

sportivo4So benissimo che molte persone si illudono di avere lo stesso rapporto con un cane semplicemente “di famiglia”: e non spero di riuscire a far capire loro, soltanto a parole, quanto grande sia la differenza. Perché bisogna provare.
Bisogna viverle, certe cose.
Bisogna vivere certi momenti per arrivare a capire che quando sali su un podio con il tuo partner non sei “uno che ha sfruttato il cane per vincere”: sei la metà di una macchina perfetta che però, senza l’altra metà, non sarebbe mai andata da nessuna parte. E il bello è che lo sai, e sapendolo provi una gratitudine infinita verso quell’altra metà.
Il tuo cuore vola verso di lei.
Personalmente ho provato una sensazione simile quando ho vinto – secoli or sono – il campionato italiano di pattinaggio a coppie: di sicuro il mio partner non era soltanto “quello che serviva a sollevarmi e farmi roteare per aria”. Era la metà della mia mela sportiva, era mio fratello, anzi, di più: il mio gemello. A noi non è capitato di innamorarci, come avviene a molte altre coppie sportive: però quella che sentivamo l’uno per l’altra era comunque una forma di amore.
Le stesse identiche sensazioni le ho provate quando sono salita su un podio con i miei cani… ma non succede solo sul podio: le provo anche quando lavoriamo insieme, quando proviamo un esercizio che per un po’ non viene bene e poi sì, quando mi accorgo che il cane era interessatissimo a qualcos’altro e poi, di colpo, vedendo che prendo il guinzaglio, molla tutto e arriva scodinzolando a mille, con gli occhi che si illuminano e il fumetto sulla testa che dice: “Lavoriamo? Che bello!”

sportivo3Avete presente quella vignetta del cane che dice: “Giocare? La mia cosa preferita! Mangiare? La mia cosa preferita! Passeggiare? La mia cosa preferita!” eccetera eccetera?
Ecco… è vero che i cani sono un po’ così: sono dei concentrati di gioia di vivere, ed è per questo che li amiamo tanto (e a volte li invidiamo tanto). Ma il cane da lavoro, quello con cui hai costruito passo passo la famosa mela di cui sopra, direbbe: “Lavorare? La cosa che preferisco più di tutte le altre mie cose preferite!”
E dopo un po’ succede anche a te.
Ti succede che di goderti il tuo cane in ogni momento, come è giusto e normale che sia, ma di avere sempre più voglia di andare al campo. O al lago, se fai lavoro in acqua. O in montagna, se fai soccorso alpino. O ad affrontare un po’ di ostacoli, se fai agility.
Non conta quello che fai, conta come lo fai: e se facendolo hai creato una mela perfetta, allora ne vai orgoglioso e ti piace parlarne, ti piace ricordare tutti i momenti che hai passato con il tuo cane.
Anche le sconfitte, certo: ma di più le vittorie… non perché hai portato a casa la coppetta o il salame, ma perché sai che avete dato il massimo insieme, tu e lui. Che avete espresso il meglio di un binomio, non del cane o dell’uomo. Che avete trovato quell’armonia ineffabile ed astratta che di colpo di concretizza in un risultato.
Robotizzare il cane?
Considerare il cane come uno strumento?
Che follia.
Il cane da lavoro si ama come si amano le proprie braccia o le proprie gambe, il proprio cervello, tutto ciò che ti consente di sentirti grande quando sei arrivato al massimo… e a volte anche quando dal massimo sei ancora ben lontano.
E’ una sensazione così forte, così intensa, così totale che a volte si porta dietro effetti collaterali non altrettanto puri, come l’agonismo spinto agli estremi limiti: a volte non è facile restare umili, a volte non è facile neppure restare amici degli altri concorrenti.
Claudio e la Bati ci sono sempre riusciti, e solo per questo meriterebbero maggior rispetto: ma so bene che è difficile capirlo per chi non ha mai vissuto lo sport, l’attività cinofila.
Per chi pensa che il cane felice sia il cane da divano, quello “trattato come un figlio” intendendo con questo il corcarlo di coccole e bocconcini… e niente più.
Io, quando penso al “trattare i miei cani come figli”, penso a quando, col figlio, ci gioco a tennis in doppio. Allora sì, c’è qualche similitudine (solo qualcuna, perché il figlio mi strapazza platealmente quando sbaglio e i cani no).
Ma è inutile che continui a scrivere, è inutile che continui a cercare di spiegare: tanto chi fa sport con il cane non avrebbe avuto alcun bisogno di questo articolo… e gli altri non lo capiranno, non ci crederanno, non sapranno.
Almeno finché non proveranno.
sportivo_claPurtroppo io non credo a ponti dell’Arcobaleno ed altre dolcissime illusioni di ricongiungimento: credo che quando una vita finisce… sia finita, punto e basta. Proprio per questo, forse, sento come uno strappo fortissimo la morte di ogni mio cane: e quando si tratta di cani con cui ho lottato, faticato, costruito qualcosa, lo strappo è più intenso. Rimani come una mela a cui è stata tagliata via l’altra metà: ti sembra di non significare più niente… almeno finché non raccogli un altro piccolo seme e non ricominci a farlo crescere, e a crescere con lui. Dopodiché diventa sempre più difficile (perché fai i paragoni, perché ti sembra di essere arrivato in cima a una scala faticosissima e di ritrovarti di colpo sul primo scalino, perché a volte ti perdi nei ricordi e la concentrazione se ne va a quel paese)… ma pian pianino la mela si ricompone e si torna ad entusiasmarsi, a incazzarsi, a litigare e a fare pace, a risalire quella dannata scala sperando (e non sapendo mai se ci riuscirai davvero) di arrivare in cima.
Quanta fatica costa, questo percorso: ma a volte, voltarsi indietro e leggere una splendida sfilza di risultati raggiunti… aiuta.
Ti fa pensare che se ce l’hai fatta una volta, potrai riuscirci di nuovo.
Ti dà la forza di andare avanti anziché crogiolarti nel tuo dolore.
Ti spinge nuovamente a vincere e a perdere, a entusiasmarti e  scoraggiarti, a incazzarti e rasserenarti: insomma, a vivere.

 

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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