venerdì , 24 novembre 2017
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Migrazioni canine – il lungo viaggio di un semiselvatico

di VALERIA RAPEZZI – Voglio che questo articolo sia uno spunto di riflessione su una situazione che sto vivendo nel mio lavoro come istruttore cinofilo.
Da un po’ di anni a questa parte sto assistendo al continuo arrivo al Nord Italia di cani provenienti da diverse regioni del Sud.
Alcuni di questi cani, in numero maggiore tra quelli provenienti da alcune aree, sono cani che hanno grossissime difficoltà ad adattarsi allo stile di vita e all’ambiente fortemente urbanizzato.

Questo non perché abbiano subito sempre maltrattamenti o abbiano passato lunghi anni in stato di isolamento in un box di canile: spesso si tratta di cani giovani, anche di pochi mesi, che però stentano ad adattarsi alla vita in un contesto cittadino, fatto di permanenza in appartamento e passeggiate al guinzaglio, tra strade trafficate, parchi urbani e aree cani.

Alcuni di questi cani rifuggono attivamente il contatto con le persone, sono quei cani che in canile si intravedono rintanati in un angolo di un box.
Arrivati a casa faticano a uscire dai loro nascondigli e quando come istruttore mi trovo a lavorare assieme alle loro famiglie, per cercare di dare loro un minimo di serenità, si passa la maggior parte del tempo con il cane “invisibile” nascosto dietro a un divano, sotto a un letto o dentro a un armadio.
Sono cani che, addirittura, possono arrivare a mangiare solo di notte o se restano a casa da soli.
Essendo soggetti che hanno molte paure (oggetti, rumori, persone, ambiente urbano, macchine, ecc) per i proprietari è molto difficile portarli a passeggio al guinzaglio. Dato il rischio elevato di fughe in seguito a uno spavento, possono essere liberati solo in zone recintate.

Da cosa derivano queste difficoltà?

Si tratta, in molti casi di cani semi-selvatici, una realtà peculiare di alcune zone del Sud, nelle quali cani randagi si sono insediati nelle aree marginali delle città e nelle campagne, riproducendosi e dando vita a veri e propri branchi.
Ci troviamo di fronte, quindi, a soggetti di seconda o addirittura terza generazione, nati e vissuti senza alcun contatto umano, che hanno perso l’abitudine ad interagire con le persone e il loro mondo. Cani ormai abituati a vivere in autonomia rispetto all’uomo, a trovare cibo come meglio possono (cacciando piccole prede o rovistando nella spazzatura) a bere acqua dove la trovano (pozze, sorgenti, fontane) e a trovarsi un riparo dove possono.
Addirittura le femmine scavano tane, nelle quali partoriscono e crescono i loro cuccioli.

Come arrivano in famiglia questi cani?

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Durante i loro spostamenti questi branchi si avvicinano ad aree più antropizzate, alla ricerca di cibo e possono trovarsi ad interagire marginalmente con le persone.
Esistono persone amanti degli animali, che iniziano a prendersi cura di loro prelevando dal territorio quanti più cani possibile, nell’intento di trovare loro una sistemazione. Vengono recuperati maggiormente cuccioli e cani giovani, perché gli adulti hanno una diffidenza maggiore nei confronti delle persone e sono difficilmente avvicinabili.
A volte questi cani vengono adottati subito e va tutto bene, altre purtroppo la favola non ha un lieto fine, ed è su questo aspetto che voglio concentrarmi.

Parlerò quindi brevemente di: cani che restano in canile, adozioni che non vanno a buon fine e di quelle che portano ad un grosso lavoro di recupero comportamentale.

Alcuni di questi cani rimangono direttamente in un box di un canile, perché sono inavvicinabili e nessuno può né vuole adottarli. E magari, in quel box, ci crepano dopo 10 anni… non per cattiva volontà, ma perché oggettivamente non sono cani facilmente adottabili e non si trovano molte persone che hanno le condizioni ambientali e lo stile di vita adeguati a questo tipo di animali.
Quando ci troviamo di fronte a un cane semi-selvatico che entra in famiglia, quello che succede spesso è che questo cane non può sostenere lo stile di vita e l’ambiente fortemente antropizzato in cui si trova catapultato. Inizia a manifestare seri problemi di adattamento e dare problemi di gestione, anche per le piccole cose (es. uscire a fare i bisogni, farsi accarezzare). Così, la famiglia che ha adottato un cane definito “bisognoso” pensando di fare del bene, si ritrova invischiata in una situazione imprevista, spesso molto pesante e difficile.

Le possibilità che si prospettano, a questo punto, sono 3:

1) se si dispone di un giardino e non è necessario far uscire il cane, lo si lascia lì tipo nano di ceramica e ci si barcamena in questa situazione finché il cane vive, o finché la situazione non cambia (in meglio o in peggio)
2) si porta il cane in canile (non all’associazione di provenienza, ma al canile o associazione più vicini a casa), tornando in una situazione simile alla mancata adozione, con l’unico risultato di riempire i box dei canili.
3) la famiglia decide di mettersi in gioco, contatta un professionista e intraprende un percorso lungo e spesso oneroso dal punto di vista emotivo ed economico, per cercare di aiutare il cane adottato, che non si aspettavano avrebbe avuto i problemi che manifesta e che spesso non risolverà mai del tutto le sue difficoltà.

A mio parere esiste una strada differente per gestire questo tipo di situazione, forse più positiva per questa particolare tipologia di cani.
Consiste nell’utilizzare la legge che prevede la tutela di questi gruppi di cani direttamente sul territorio, istituendo la figura del cane sotto tutoraggio, sterilizzandoli, microchippandoli e individuando delle figure referenti (tutor) che si occupino del loro benessere fisico fornendo cibo, acqua e ripari e monitorando la situazione sanitaria.
La normativa in oggetto, per chi fosse interessato, è la Circolare del 14 maggio 2001, n.5 del Ministero della Sanità in attuazione della legge 14 agosto 1991, n. 281.

So che, probabilmente, molti volontari che si trovano quotidianamente a far fronte all’emergenza randagismo al Sud, rimarranno un po’ perplessi da queste mie parole, ma li invito a informarsi seriamente con chi, come me, si trova davanti agli occhi ogni giorno i cani che descrivo in questo articolo.
Con chi li deve gestire in canile e con chi cerca di aiutare le famiglie adottanti a fare del loro meglio per trovare un equilibrio. Cosa non sempre facile e nemmeno sempre possibile.

Perché penso che questa soluzione possa essere percorribile?

Mi sono resa conto che lo spostamento di cani da un capo all’altro del nostro paese non ha risolto il problema del randagismo, la situazione al Sud è sostanzialmente immutata, nei canili qui al Nord ci sono troppi cani che non saranno mai adottabili, costretti ad una vita insoddisfacente e inadeguata, lontana dal benessere psicofisico verso cui noi istruttori vorremmo portare tutti i cani.
Può quindi valere la pena provare una strada alternativa come quella che ho proposto.

L’impegno richiesto, pur essendo notevole, è differente rispetto a quello necessario per catturare i cani e spostarli.
Sarà necessario cambiare mentalità e modalità operative, ma la gestione della situazione sarà più adeguata alle necessità etologiche di questi cani.

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