di  VALERIA ROSSI – Dopo la pubblicazione dell’articolo “Volontariato in canile: esperienza cinofila o incubo?” mi era stato chiesto – giustamente – di mostrare anche il lato “buono” (nel senso di “funzionale ed efficiente”) dei canili. Vero è che lo scopo del giornalismo ormai è diventato solo quello di puntare l’indice contro le cose che non vanno, ma in realtà io non l’ho mai visto così e mi dispiace rendermi conto che, ogni tanto, mi adeguo all’andazzo generale. Brontolo molto più spesso di quanto non mostri quello che c’è di bello e di valido nel mondo della cinofilia.
Promessa generale: d’ora in poi cercherò di dividere almeno al 50%.
Promessa specifica mantenuta: per quanto riguarda i canili ho ritenuto che la persona più adatta a mostrarne il lato positivo, ovvero “tutto quello che si può fare di buono”, fosse Luca Spennacchio, che ho inchiodato al telefono per un’ora e mezza facendomi raccontare proprio tutto sul fantastico progetto che sta portando avanti e sul corso per operatori di canili e rifugi che ha organizzato in collaborazione con la Provincia di Milano (il che significa che la politica non è poi così inavvicinabile, quando le idee sono valide).

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– Luca, hai voglia di raccontarci quello che stai facendo? Sappiamo dei corsi di formazione per operatori di canile e del progetto del “Parco canile”…ma sarebbe interessante entrare un po’  più nel dettaglio.
Corsi per operatori ne ho già fatti diversi e ce ne sono altri  in programma.
Fino a qualche anno fa ero io ad andarmi a proporre, a spiegare quello che avrei voluto fare, a presentare dei progetti: adesso vado dove mi chiamano, perché fortunatamente l’interesse è salito moltissimo, anche grazie ai risultati positivi che abbiamo ottenuto. L’ultimo corso è stato fatto in collaborazione con la Provincia e con l’Ufficio per i diritti degli animali di Milano: era un progetto molto vasto e in realtà ci sono stati un po’ di problemini, ma li abbiamo risolti.

– Tipo?
Il primo problema, in realtà, si potrebbe anche vedere come un risultato positivo: infatti ci sono state oltre 300 iscrizioni! Era impossibile tenere un corso con questi numeri, quindi alla fine abbiamo ridotto a 70; ma erano già moltissimi, tanto che non siamo riusciti a seguire ognuno di essi come avremmo voluto. Il secondo problema è stato che avremmo voluto lavorare in un canile  di cui conoscessimo bene gli ospiti: il che non è stato possibile. Avevamo individuato una struttura a Vignate, all’interno della quale avevo dei referenti che conoscevano bene i cani: ma per motivi interni all’associazione, quando stava per iniziare il corso, quei cani sono stati spostati altrove. Così, non avendo certezze sui soggetti, ho dovuto limitare parecchio la parte pratica: con i cani ci lavoravamo noi, abbiamo fatto delle “dimostrazioni” ma non abbiamo potuto dare materialmente  in mano i cani ai corsisti.  Ha avuto più spazio la parte teorica, nella quale ho cercato di dare una visione del canile un po’ diversa da quella “classica”, sperando che si possa prendere spunto dalle considerazioni che abbiamo fatto per andare avanti in questa ottica. Comunque l’esperienza, nell’insieme, è stata sicuramente positiva.

– Cosa intendi per “visione classica” del canile? E qual è, invece, la tua?

La visione classica, purtroppo, è quella del canile come “punto di arrivo”. Per una serie di motivi, che vanno dai motivi logistici alla mentalità di alcuni operatori, il cane approda al canile e viene considerato “in salvo”: mangia, beve, è al coperto, i suoi bisogni vitali sono assicurati. Per qualche volontario quello diventa addirittura “il suo cane”, da cui fatica, dopo qualche tempo, a distaccarsi.
In qualche caso il potenziale adottante viene visto quasi come un intruso che vuole portarsi via il “tuo” animale: ed è per questo che qualcuno si sente trattato male, si offende e rinuncia.
Ovviamente questi non sono proprio i migliori presupposti per un’adozione!
Secondo me il canile, fin dall’inizio e da tutti, dovrebbe  essere visto solo come una “zona di passaggio”: come un posto sicuro, sì, ma in cui il cane si trova solo in attesa  che venga identificata la sua nuova famiglia. Nel frattempo viene anche preparato ad essere accolto nel modo migliore, a presentarsi nella sua “veste migliore”, a risultare gradevole e ricco di aspettative positive per chi viene a conoscerlo. Non si possono presentare sempre e solo i cani come dei “poveretti da salvare”: altrimenti si attirano solo persone magari di buon cuore, ma con l’unico scopo di questo salvataggio che invece non deve essere per forza tale. Non si può pensare che tutti vogliano un “poverino” e che siano mossi solo dal desiderio di fare un’opera buona. Bisogna far pensare alla gente che in canile si possa trovare un CANE: cioè un compagno di giochi, di vita, di sport. Anche perché è la verità!
Oltre a questo, l’operatore di canile deve avere le conoscenze necessarie a saper proporre – sempre nei limiti dei possibile – il cane giusto alla famiglia giusta: altrimenti c’è il rischio che i cani tornino indietro, cosa che non dovrebbe assolutamente succedere (e invece avviene anche troppo spesso).

– Come si arriva al risultato che hai in mente?
Con una serie di passaggi, di step che dovrebbero cambiare soprattutto la visione del canile come prigione, come lager, come qualcosa “da nascondere” e da tenere alla larga dalla società.
Guarda dove sono collocati i canili oggi:  lontano dalle città, non di quel tanto che basti a non disturbare con gli abbai (perché questo sarebbe normale), ma proprio ai margini, in luoghi difficilmente accessibili, quasi fosse qualcosa di cui ci si deve vergognare, da “non far vedere” alla gente, perché offende la vista. Ma in questo modo, come pensiamo che la gente si avvicini?
Quindi, primo step: cambiare l’immagine del canile.
Non più “galera”, non più “discarica per cani indesiderati” ma luogo di incontro, di formazione e di cultura cinofila. Per esempio, oggigiorno ci sono moltissimi corsi per educatori cinofili, che una volta finito il percorso di formazione hanno sicuramente bisogno di un posto in cui cominciare a lavorare e a fare esperienza pratica.
E allora, perché non in canile? Ma non “dopo” il corso, magari buttati allo sbaraglio (come spesso succede oggi) e alle prese con persone che li guardano pure storto, perché li vedono come intrusi e come “maestrini arroganti” che si mettono a criticare il loro operato, ma che non conoscono neppure la realtà in cui si muovono i volontari. Le ore di  pratica si dovrebbero tenere  in canile proprio durante il corso, dando la possibilità agli aspiranti educatori di fare esperienza sul campo sotto la guida di un istruttore, senza  interferire con il normale andamento del canile e senza fare la parte dei “supponenti”, ma dando comunque un aiuto ai cani presenti.
E qui apro una parentesi, perchè finora io ho scelto di lavorare su gruppi di cani selezionati in base a un progetto mirato.
Quando tengo un corso in un canile, dopo una prima parte teorica in cui spiego un po’ di cinofilia agli operatori, passiamo alla parte pratica dedicandoci al gruppo di cani “adottabili ma finora mai adottati”, cercando di capire perché sono ancora lì.
Dedicando tutto il tempo a quel gruppo di cani, cercando di risolvere gli eventuali problemi, aiutandoli a migliorare il loro rapporto con gli uomini, si evita di disperdere inutilmente il lavoro dando “1” a tutti i cani presenti (che magari sono 2 o 300): si dà invece  “100” ai 5-6 cani inseriti nel progetto. E sai qual è stato il risultato? L’80% di questi cani è stato adottato.
Ovviamente, una volta finito il corso, gli operatori possono proseguire il lavoro e man mano cercare di creare dei gruppi di cani che conoscono bene e di cui possono spiegare tutte le qualità.
Perché adesso, invece, succede che il potenziale adottante arriva al canile e gli viene fatto il terzo grado: chi sei, cosa fai, dove abiti, hai o non hai il giardino, dove lavori, quanto tempo libero hai…il poveretto viene passato ai raggi X.
Poi, magari, è lui che si azzarda a chiedere: “Ma questo cane è buono con i bambini? Va d’accordo con i gatti? Avrà problemi a salire in ascensore?” … e non riceve nessuna risposta, perché nessuno lo sa!
In canile i cani hanno una routine che consiste nel mangiare, essere puliti, uscire (quando si può, non sempre) per la sgambata nel recinto o per la passeggiatina al guinzaglio: fine. A volte può capitare, per esempio, che non siano in grado di fare una rampa di scale, solo perché non ne hanno mai vista una. A quel punto il nuovo proprietario che fa? Se il cane è piccolo, magari lo prende in braccio. Se è di taglia grande, si mette a tirarlo per farlo salire, il cane si spaventa, entrano in conflitto. In entrambi i casi il cane può reagire ringhiando, o peggio ancora mordendo: e allora puoi star certa che torna indietro. Ma quel cane avrebbe potuto essere felicissimo e rendere felice la sua nuova famiglia, se solo avesse imparato a salire qualche scalino!

– Però è impossibile mettersi a fare le scale con 300 cani: mentre con un gruppetto di 5 o 6 si può. E lo stesso varrà ovviamente per insegnargli ad andare in macchina, a camminare al guinzaglio e così via. Sembra l’uovo di Colombo!

Infatti lo è, se si entra nell’ottica giusta. Però, attenzione: ci vogliono anche le persone disponibili! Perché quando hai trecento cani e devi pulire, sfamare, far sfogare un po’ tutti, poi non ti resta molto tempo per creare  un rapporto, per dare un minimo di educazione e così via.
Per questo dico che i corsi per educatori potrebbero essere una grande risorsa: loro potrebbero occuparsi della socializzazione e dell’educazione, mentre il volontario non formato avrebbe più tempo da dedicare ai lavori di routine.
Poi c’è il secondo step: quello della motivazione sociale.
Che significa preparare bene gli operatori all’idea che non sono lì per “occuparsi dei propri cani”, ma per reinserire quei cani nella società, affidandoli a famiglie adatte. E  non è tutto: bisogna anche che l’operatore si senta responsabile, in qualche modo, di quello che succederà da lì in poi. Anche perché i cani che affidiamo portano in giro l’immagine del canile.
Se da qui escono cani abbaioni, ringhiosi, che trainano i loro proprietari al guinzaglio, che litigano con tutti… chi verrà mai a prendersene uno? Se invece si vede un cane educato, allegro, amichevole…quando uno chiede al proprietario  “Che meraviglia, dove l’hai preso?” e lui risponde “al canile XY”, ecco che quella sarà la migliore pubblicità possibile!
Quando abbiamo fatto una passeggiata per Torino con i cani del canile dell’ENPA, a fine corso,  la gente ci diceva: “Ma che bravi! Ma che belli! Il mio non è mica così educato!”
Tutte queste persone (ed erano tante, perché passeggiare per il centro con quattro o cinque cani attira subito l’attenzione di tutti), nel momento in cui penseranno di prendersi un cane – o un altro cane – si ricorderanno di quelli del canile non come di “poveracci”, ma come di cani belli, bravi, educati. E questo fa una differenza enorme.

Il video della passeggiata per Torino a cui si riferisce Luca:

Poi, terzo step: trovare linee guida comuni a tutti. Oggi in cinofilia c’è una frammentazione veramente inaccettabile e ci sono troppe divisioni. Bisognerebbe riuscire a far parlare la stessa lingua almeno a tutti coloro che operano nei canili.

– E questo forse è lo scoglio principale da superare, non trovi? Anche solo per le differenze di mentalità tra chi va in canile per occuparsi dei cani, chi ci va per sopperire a bisogni propri e così via…
Il discorso sulle reali motivazioni degli operatori è estremamente complesso, perché purtroppo è innegabile che molti si avvicinino a queste realtà per superare problemi personali che solitamente non sanno neppure di avere, il che rende le cose ancora più difficili. Purtroppo una cosa è certa: il canile non risolve questi problemi. Mai.
Anzi,  il canile è diseducativo perché  ti “copre” il problema, o ti dà l’illusione di farlo, ma di sicuro non te lo risolve. Il ragazzo che ha difficoltà a rapportarsi con le persone, per esempio, in canile finirà per chiudersi in un mondo settario (infatti queste persone sono facile preda di chi inculca in loro estremismi e fanatismi vari), che in realtà lo isola ancora di più dal mondo reale. Quindi, invece di un miglioramento, si ha un peggioramento.
E la cosa peggiore è che il cane, in tutto questo, non si guadagna nulla. Tutto assume un’immagine distorta: tu entri in canile e vieni a contatto col dolore. Vedi solo quello. Forse ti senti gratificato dal fatto di saperlo affrontare, di aiutare chi soffre…ma ti perdi tutto il bello del cane! Finisci per essere il primo a guardare a lui come al “poverino” vittima di un’ingiustizia, anziché come a un essere fantastico che ha solo bisogno di essere “presentato in società” ed aiutato a trovare la famiglia giusta.

– Ma come si supera, tutto questo?

Io non ho tutte le risposte, ovviamente, né posso risolvere tutti i problemi. Però ho affrontato la cosa in questo modo: prima ho detto che ormai vado soltanto dove  mi chiamano, ma ora aggiungo che vado solo se  la richiesta parte dal basso, proprio dagli operatori. Ovviamente deve essere d’accordo anche il responsabile del canile, ma è soprattutto chi ci lavora che deve sentire il bisogno di una formazione.
Infatti, se tu cerchi di inserire una persona formata in un canile, ma la inserisci dall’esterno, questi viene sempre accolto con sospetto, se non direttamente con ostilità: e alla fine… o viene mandato via, o scappa lui.
Invece, se sono gli operatori a chiedere un percorso di formazione, l’ostilità non c’è perché la persona formata è già inserita, conosce già tutti, sa come rapportarsi con gli altri. E se c’è qualche “testa calda” che non accetta i cambiamenti, che non vuole sentir parlare di novità, che vuole mantenere tutto com’era prima perché gli andava bene così (o perché si sentiva più sicuro così), finisce per trovarsi in minoranza. Così sono loro ad andarsene, anziché le persone più preparate. Ed è vero che in questo modo non risolvo certo i loro problemi psicologici, ma io non faccio lo psicologo. Io lavoro per i cani…e so che in questo modo il lavoro diventa fattibile.

– Quante “rivoluzioni” sei riuscito ad ottenere, nei canili in cui hai lavorato?
Rivoluzioni vere e proprie forse no, ma risultati validi ne ho ottenuti diversi…per un solo, semplice ed unico motivo: la prassi lavorativa che propongo funziona!
FUNZIONA e posso provarlo con esempi pratici, con numeri e con riscontri reali. Quindi, se prima ero io a dovermi proporre e a sperare che la mia visione del canile venisse accettata, adesso posso dire: “Io ho questo progetto, che ha funzionato qui, qui e qui. Se non vi piace, se non volete metterlo in pratica, dovete essere voi a darmi delle motivazioni valide sul perché non lo volete applicare”.

– Oltre ai risultati che hai già ottenuto, so che tu hai questo progetto unico per i canili del futuro. Vuoi spiegarci di cosa si tratta esattamente?
Si tratta di cominciare progettare i canili partendo dall’ottica di cui abbiamo parlato finora, ovvero quella di centri di formazione e di cultura nei quali, quasi “casualmente”, vengono ospitati anche cani in cerca di una nuova famiglia.
Il tutto, però, deve essere visto con una mentalità imprenditoriale: non come “opera di bene” fine a se stessa, perché l'”opera di bene”, per sua stessa definizione, è soltanto un costo. Oggi i canili non hanno soldi e non producono soldi: quindi è un ambito che interessa pochi professionisti della cinofilia e che, al massimo, attira gli speculatori. Allora cambiamo ottica e costruiamo canili che siano aziende produttive,  ma NON sulla pelle dei cani, bensì aiutandoli davvero.

Cominciamo col prendere contatti con le scuole che tengono corsi per educatori-addestratori eccetera: la scuola tiene i suoi corsi pratici in canile, come dicevo prima, e paga un piccolo “affitto”. Può farlo, perché i corsi sono a pagamento. In cambio ottiene una varietà di tipologie, di sessi, di caratteri, di problematiche, insomma un “parco cani” che non potrebbe trovare da nessun’altra parte. I corsisti vedono cani “veri”, imparano a rapportarsi con loro e a risolverne gli eventuali problemi: i cani, dal canto loro, sono più “maneggiati”; hanno più contatti con gli umani (ma con persone formate, non con gente che non sa come prenderli e come gestirli), diventano più socievoli e quindi più facili da adottare.
Al termine del corso, qualche educatore può anche continuare a lavorare sullo stesso campo con i suoi clienti esterni al canile, sempre riconoscendo al canile una percentuale: intanto pagherebbe anche per aprirsi un campo suo!
Ma questo è solo il primo passo, perché il canile può fornire anche un servizio di pensione; può mettere a disposizione il suo ambulatorio veterinario (che è obbligatorio per legge) anche per i cani “esterni” (e anche in questo caso il veterinario può riconoscere una percentuale al canile); può avere al suo interno un piccolo pet shop molto specializzato, una biblioteca cinofila, una toelettatura… in pratica non ci sono limiti, l’importante è che tutto il “mondo del cane” ruoti intorno alla struttura, che circolino tante persone, che il canile diventi un luogo di ritrovo, di formazione, di scambio, una base comune per tutti quelli che amano il cane, indipendentemente dalla razza o non razza.
Il canile dovrebbe diventare il vero “centro cinofilo” di ogni città: un luogo allegro, pieno di gente e di bambini e di cani che si divertono…e in cui, volendo, si può anche trovare un nuovo compagno, già sapendo che lì ci saranno persone formate, competenti ed esperte, che ti proporranno solo il cane più adatto a te; che se hai bisogno di aiuto nella sua gestione ti seguiranno… e così via.
In tutto questo, il proprietario o gestore del canile avrà il suo onesto guadagno e non sarà più costretto ad avere un numero minimo di cani per tenere in piedi la baracca: perché oggi, purtroppo, spesso ci si trova nella situazione assurda per cui i cani NON si possono dare in adozione, visto che sono loro stessi a mantenere la struttura. E per questo motivo migliaia di cani passano tutta la vita in gabbia. E’ una situazione insostenibile, da cui bisogna uscire assolutamente. Ed io credo che il Parco canile possa essere la soluzione.

– Sei già riuscito a realizzarne almeno uno?
Purtroppo no, non nella sua interezza. Ho realizzato quasi tutte le cose che ti ho esposto,  in diversi canili: ma una struttura che comprenda proprio tutto il progetto no, non esiste ancora.
Purtroppo oggi dobbiamo anche fare i conti con la crisi economica, che di sicuro non invoglia a lanciarsi in programmi innovativi: se dieci anni fa, quando facevo queste proposte, ero un pazzo, oggi sono uno che ha un’idea realizzabile ed interessante…ma c’è la crisi e bisogna aspettare che passi.
E intanto il problema del costo sociale dei canili sta diventando pressante e si cominciano a sentire proposte aberranti che rischiano di trovare un certo interesse, perché il problema esiste e va risolto. E’ un momento di stallo dal quale si potrebbe uscire nel modo peggiore (tornando agli abbattimenti, per esempio), oppure con la realizzazione di strutture che smettano di costare e comincino a fruttare…nonchè a produrre lavoro: perché la figura del volontario è sicuramente benemerita, ma non può essere la sola esistente. In canile devono operare anche persone formate, professionali, che di questa passione potrebbero fare il loro lavoro. Mi auguro che questa possibilità venga colta da qualcuno e che possa rappresentare un esempio da seguire in tutta Italia, fermo restando che speculatori e veri e propri criminali ci saranno ancora: ma questi non possiamo affrontarli noi. Questo è compito delle Forze dell’Ordine. Il nostro compito è quello di creare un’alternativa funzionale per persone “normali” che amino i cani e che, di fronte al problema dei costi da affrontare, abbiano anche la prospettiva di un ritorno economico interessante.
Questo è lo scopo per il quale stiamo lavorando.

Per saperne (ancora) di più, cliccando qui si può scaricare “L’intervento di training”, il capitolo curato da Luca Spennacchio del libro di Roberto Marchesini “Il canile come presidio zooantropologico”.

Luca Spennacchio, nato a Milano il 30/03/’71, è istruttore cinofilo A.P.D.T. Italia e studioso di zooantropologia applicata alla Pet Therapy, alla Didattica, alla pet ownership e alla pet partnership. Si è formato presso la Scuola di Interazione Uomo-Animale (SIUA – www.siua.it). E’ stato assistente al corso per istruttori GIAC,  conseguendo il diploma di “Istruttore ricercatore in training cognitivo”; docente in diversi corsi di operatori di pet therapy; alla facoltà di Medicina Veterinaria di Bologna; al Corso di Zooantropologia per Specialisti di Igiene Urbana Veterinaria di Padova; relatore a diversi congressi e seminari. E’ consulente per diverse strutture adibite al ricovero di cani abbandonati. Ha fondato con tre colleghi la Scuola C.Re.A. (www.scuolacrea.it), scuola di formazione professionale per consulenti della relazione con gli animali.

Luca è anche un ottimo fotografo: gli scatti in bianco e nero usati per illustrare questo articolo sono i suoi.
Gli altri – e anche il resto delle sue innumerevoli attività cinofile – potete trovarli sul suo sito:  www.miacis.it
Foto del tunnel per gentile concessione PEC – Progetto Educativo Cinofilo

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33 Commenti

  1. Per fortuna che ci sono persone come Luca…

    penso che lo contatterò: mi piacerebbe dargli una mano – se vuole, ovvio! – per quanto riguarda il lato fotografia nei canili. Immagini migliori rendono cani più “adottabili”. Certo dietro l’immagine ci deve essere stato un percorso formativo dell’operatore verso il cane.. E potrò – spero – dare una mano anche in questo visto che tra poco inizio il corso di operatore cinofilo con una scuola 🙂

  2. Che idee meravigliose! Rendere il canile un centro di cultura cinofila mi piace moltissimo, significa essere davvero cinofili! Penso che se il progetto venisse realizzato, non solo diminuirebbo gli abbandoni e le cucciolate nate per caso (perché saresti quasi obbligato a farti una cultura prima di prendere un cane), ma anche le esportazioni di cani dall’est e gli allevamenti cagnari: una persona che deve prendere un cane, e ha un amico che ha un cane problematico che viene da negozio, e un altro con un cane bellissimo e bravissimo preso in canile, penso proprio che andrà in canile a prendersi il cane…. Ancora, complimenti per l’iniziativa! 🙂

  3. Complimenti per l’articolo e per Luca (sarà per il nome che i Luca son portati per essere “i più migliori” 🙂 ??)
    Vorrei poterne parlare più a fondo perché stiamo lavorando dalle mie parti proprio per un Centro di recupero Cani fatto su questa falsariga . . .
    e spero, dato che l’Amministrazione Comunale è dalla nostra parte, di riuscire presto a farcela.

  4. ecco il motivo per cui invece di fare l’esame da privatista ho fatto una scuola di educatori, speravo che esborsando migliaia di euro fosse compresa un’esperienza come questa con strutture convenzionate che avessero bisogno di manodopera, affiancando esperti e facendosi “le ossa” aiutando nel mentre cani bisognosi, invece mi sono sentita rispondere “te lo devi cercare”insomma la teoria ero buona di studiarmela anche da me e la pratica sui miei cani di farla (e già la fascevo da anni). ben sapendo le problematiche continuamente esposte quando si tratta di questo argomento, che riguardano i canili speravo che chi organizza corsi avesse trovato il modo di far eda ponte e risolvere tali problemi o trovare strutture dove non vi fossero tali problemi mentre ovviamente sbagliavo alla grande…
    mi piacerebbe invece partecipare a progetti come questi eccome…ma non ho la forza di provare a lottare contro mulini a vento come invece qualcunaltro con la mia ammirazione… fa!

  5. Per risollevarti dallo scivolone dell’articolo precedente (e quelli ancora prima) dove sputtani i volontari e l’operato dei canili (progetti inclusi) ti rivolgi a chi GIUSTAMENTE riceve molti consensi da tutto il mondo cinofilo?
    Per fortuna esistono persone che non scrivono solo per puntare il dito ma per FARE e DIMOSTRARE quanto valgono…per fortuna il mondo della cinofilia non è fatto solo di criticoni!

    • Caro/a Mah, io non mi devo risollevare da alcuno scivolone. I servizi precedenti, purtroppo, riguardavano e continuano a riguardare il 90% dei canili italiani e dei volontari italiani, che appunto nove volte su dieci sono delle persone in cui buon cuore e totale ignoranza vanno di pari passo. E’ vero, è giusto mettere in luce anche chi si sbatte per superare questi problemi, e in qualche caso fortunatamente ci riesce: ma il fatto stesso che persone come Spennacchio fatichino moltissimo anche solo a far capire la bontà delle proprie idee e dei propri progetti significa che in Italia il problema dei canili, degli abbandoni e del randagismo è affrontato nel peggior modo possibile.
      Preferisci che nascondiamo tutti la testa nella sabbia e che fingiamo che non esistano canili lager, sfruttatori del fenomeno che si fanno le case sulla pelle dei cani, volontari che vanno in canile per illudersi di superare i propri problemi – talvolta psichiatrici, non solo psicologici – e per i quali i cani sono soltanto una scusa? Preferisci che fingiamo di vivere a Puffolandia e che ignoriamo tutto il marcio – o soltanto lo “sbagliato in ignorantissima buona fede” che c’è nel mondo del protezionismo/animalismo?
      Liberissimo di scegliere questa strada. Io scelgo quella di mostrare il bene e il male: il primo perché lo si possa prendere ad esempio, il secondo perché lo si possa conoscere e denunciare. Il lavoro di un giornalista non è quello di lecchinare: è soprattutto quello di denunciare. Non “solo” quello, come ho detto all’inizio dell’articolo: ma “anche” quello. E quando faccio il mio lavoro non mi sembra di scivolare da nessuna parte: se poi qualche coda di paglia si infiamma…embe’, ci sono un sacco di estintori in giro per il mondo.

  6. A me pareva che gli altri articoli invece abbiano detto delle “verità difficili da digerire, ma reali” . . . che purtroppo molti non vogliono vedere (non voglio credere . . . che le tollerino . . .)
    Purtroppo in moltissime realtà, il volontariato non corrisponde con “la capacità di fare bene” . . . e qualcuno di questo ne beneficia a man basse !!

  7. Gentilissima Valeria, vorrei segnalarLe per un articolo il canile Fusi di Lissone (MB). Esattamente il canile modello che lei descrive nell’articolo e che Luca Spennacchio non ha mai trovato.
    IL canile non si sostiene con i cani ma con molte altre attività e questo consente ai volontari che sono bravissimi, di far adottare un numero altissimo di cani. Un elogio a loro e al proprietario che li ha accolti e li lascia operare.

      • Buonasera!!sono sempre la volontaria del canile :)!!
        il nostro sito è questo: http://portamiconte.org/ (se non vuoi che sia pubblicato qui rimuovi pure il commento ^^)
        purtroppo non è sempre aggiornatissimo, perchè è seguito da un ragazzo che ci aiuta, però ha le foto e gli appelli dei nostri cani e gatti (alcuni sono di cani adottati che non sono stati tolti)!!
        p.s: gli appelli sono spesso scritti in maiuscolo, non per “urlare”, ma perchè alla nostra responsabile piace di più per dare risalto alle parole 😛 (ho letto il tuo articolo in merito agli appelli disperati e URLANTIIIIIII”)

    • Ciao!
      sono una volontaria del canile Fusi e sono felicissima di leggere le tue parole!!per noi significano molto, vuol dire che il lavoro che stiamo facendo tutto sommato da qualcuno viene riconosciuto :)!!
      grazie mille!!

  8. Mi piace questo Luca…
    Sarebbe interessare sapere se esiste un protocollo da seguire per rendere esportabile il “format” del canile modello anche in altre regioni e soprattutto nelle zone del sud Italia, dove il fenomeno del randagismo è in stile messicano.

    “La rivoluzione più grande oggi è essere ottimisti…”
    A Jodorowsky

  9. Più di quattro anni fa ho adottato il mio primo cane alla Valle dei Cuccioli, una delle sedi del canile municipale di Roma. La Valle dei Cuccioli è dentro Villa Borghese, proprio al centro della città. Sono andata lì perché era comodo e facilmente raggiungibile, oltre che in una bella zona. L’impatto è stato morbidissimo: niente gabbie, ma grandi recinti; i cani non erano più di quindici. Sono stata accolta da personale (non volontario, ma assunto in piena regola) preparato e gentile, che conosceva alla perfezione ogni cane presente. In sede c’era sempre un educatore, pronto a spiegare e consigliare (e tra il personale molti erano educatori a loro volta). Sotto la guida di queste persone si poteva interagire con ciascun cane, conoscerlo, anche portarlo a passeggiare nel verde. C’erano anche i volontari, che però non si occupavano delle adozioni. Una volta scelto e adottato il cane, erano previste due lezioni gratis con l’educatore. (I verbi sono al passato perché non so se oggi la situazione sia esattamente la stessa; però me lo auguro!).
    La mia esperienza in canile è stata superlativa, al punto che per tanto tempo, portando il cane a correre a Villa Borghese, mi sono fermata alla Valle a salutare il personale e i cani (e diciamolo, non è che in genere si muoia dalla voglia di farsi una passeggiata in canile…).
    Insomma, questo per dire che se c’è la volontà (da parte degli operatori, d’accordo: ma anche e soprattutto una volontà “politica”) il canile può (e DEVE) essere quello che suggerisce Luca.
    E io, quando guardo la squinternata che mi sono messa in casa, dentro di me sorrido a quelle persone che mi hanno aiutata a sceglierla e a gestirla nel modo migliore, perché so che una parte della mia felicità viene dritta dritta dalle loro mani.

  10. bell’aarticolo Valeria, Come sempre! dalle nostre parti l’altr’anno l’Associazione “La Cuccia di Monfalcone” ha organizzato un corso simile, sponsorizzato dalla Regione Friuli, al quale hanno aderito una quarantina di persone. Di corsi così dovrebbero essercene di più!

  11. In un canile locale ho proposto di scegliere tre o quattro cani da educare per innalzare l’indice di adottabilità, mai nessuno mi ha neanche chiesto ” Educare, cosa intendi?”.Nel secondo canile doveva partire un progetto ambizioso di recupero di tre soggetti, mai partito.I volontari che ho conosciuto io non amavano i “foresti”, nei canili sembra di entrare in una ” società Segreta “, devi essere presntato e testato.Io non ne ho voglia di essere testato.

    • C’è da dire che è un ambiente difficile… non hai idea di che gente ci sia in giro… estremisti, esaltati, gente molto strana… ed è particolarmente diffusa la tipologia del “nuovo arrivato” che si lancia convinto nel suo nuovo progetto pretendendo di stravolgere le abitutini sempre sbagliate di tutte le persone che tengono in piedi il canile. Una certa diffidenza verso i nuovi arrivati è doverosa… e spesso maturata dall’esperienza perché non hai idea di quanti siano a voler portare nuove teorie.
      Personalmente…. vabbeh, adesso il canile lo frequento scandalosamente poco. Ho una situazione famigliare abbastanza pesante e… faccio quello che posso. Ma anche quando andavao tutte le settimane e feste comandate, ho sempre cercato di stare attento a proporre senza imporre… poi è ovvio che un po’ del tuo ce lo metti, ma a meno che tu non sia il gestore responsabile o garantisca la tua presenza tutti i giorni, è ovvio che non puoi fare come faresti a casa tua. Altrimenti ti porti i cani a casa tua, li curi tutti i giori, ti occupi dei locali, degli spazi e di tante cose che di solito si danno per scontante. Purtroppo è convinzion di molti che, siccome il canile è “pubblico”, al canile si può fare quello che si vuole. Spesso poi capita che tutti questi portatori di innovazioni dopo poco tempo decidono che non riescono piu’ perché hanno altri impengi… o ci mollano per incompatibilità con gli altri, infischiandosene della sorte dei cani. Tanto c’è sempre qualcuno che comunque ci pensa… Anch’io ho visto tante cose che non condividevo. Cose che avrei gestito diversamente, ma penso sia giusto che l’ultima decisione spetti a chi dedica tante ore e di fatto tiene in piedi la struttura ed è normale che prima di dare carta bianca al primo arrivato un po di “test” lo debbano fare anche a costo di apparire come una “società” segreta. I foresti sono mal visti anche per il senso di “priorità”. Ci sono persone che fanno orari impensabili per pulire, somministrare medicine e terapie, andare a recuperare cani in emergenza… e in queste situazioni di emergenza e carenza di volontari, vedi arrivare il “foresto” che si mette a fare gli esercizietti col cagnolino, quando a pochi metri ci sono persone con ancora una ventina di recinti pieni di [email protected]@@ da pulire e vorrebbero arrivare a casa a un ora decente. Dare una mano a pulire no? No perché il foresto ha una certa immagine… Poi vedi il “foresto” che viene alle tre e mezza, alle cinque e mezza va a casa, ragazzi è stato bello ci vediamo la prossima settimana… e li’ rimangono persone che devono preparare tutte le terapie da dare ai cani malati e gliele vanno a dare con la pila quando non ci si vede piu’…. ci sono iniziative validissime e condivisibilissime che purtroppo riescono a stare in piedi solo in condizioni di “non emergenza”. Cosa che in canile non capita quasi mai perché si lavora sempre ai limiti. Quando c’è spazio si accettano nuove “emergenze”…. Sia chiaro, non sto parlando di te che non ti conosco…. ti faccio solo notare come a volte vanno le cose e da dove deriva anche una certa diffidenza. Diffidenza che magari ormai avranno anche nei miei confronti…. che ormai agli occhi di qualcuno sarò sicuramente quello che ha scelto la famiglia, la carriera e i “suoi” cani, e si degna di mettere piede al canile una volta ogni due mesi se non piove.

      • Mah … posso anche ribaltarti il discorso 🙂
        Non e’ detto che se si e’ volontario da anni devi dettare le regole anche se non capisci nulla, in una azienda non si diventa CEO o COO per anzianità: se sai solo spalare la merda farai quello, chi ha più manualità con i cani (tralasciando le emergenze) penserà alle cure, e così via

        Non vedo il motivo per il quale se arriva un nuovo che ne sa di più non possa (dopo aver smaltito una certa dose di compiti) insegnare (anche solo con l’esempio) qualcosa di nuovo agli altri … con il tuo discorso gireremmo ancora tutti con le ruote quadrate

        • su questo io ti do ragione… resta però da vedere s il nuovo *veramente* ne sa di piu’… e ha cose da insegnare ed è motivato. Perché di gente che ha veramente solo un grandissimo ego ce n’è tanta…. ed è per questo che dico che a volte si giutstifica un po’ quel senso di “sospetto” da parte del gruppo storico. Perché io ne ho visti tanti arrivare che sembrava che dovesero fare tutto loro e tornare da dove sono venuti…
          Al nonnismo sono contrario anch’io… c’è gente che viene al canile da una vita e da una vita rimpinza i cani di mozzarelle, badilate di carne… dosi abbondantisime, mettici tante scatolette cosi’ mangia meglio.
          Ma sul maggior peso decisionale di chi fa di piu’ invece… non riesco a staccarmi. Personalemente a volte propongo….la butto lì, ma mi viene difficile essere troppo propositivo e troppo critico quando hai a che fare con persone che lavorano dieci volte di piu’ di me….. Basterebbe un “ma perché non ci vieni tu a fare tutte queste belle cose, che io sono sempre qui fino alle otto di sera… ” per smontarmi. E a ragione.

          • Non concordo mica tanto sulla “ragione” di chi spala più merda, giusto per essere fini.
            Sono più dell’idea che la qualità di un qualsiasi intervento possa servire magari non “di più”, ma “tanto come” la quantità. E a volte proprio “di più”.
            Che so: c’è un incendio che dura da ore ed ore, ci sono dieci vigili del fuoco che si sbattono per spegnerlo, rischiano la pelle, si strinano i baffi. Arriva il superespertone che sta a duecento metri dall’incendio, fa due calcoli, tira due somme, dice: “Secondo me l’incendio va aggredito dal punto X e non dai punti Y e Z come state facendo adesso”. Lo dice perché ha le conoscenze e le competenze per dirlo, e infatti, appena gli danno retta, l’incendio viene domato in mezz’ora.
            Il superespertone non ha fatto un cazzo, non ha rischiato niente, magari è stato pure seduto in macchina: sarebbe stato quasi comprensibile che qualcuno gli dicesse: “ma tu che vuoi? Noi siamo qua a rischiare la pelle da ieri, arrivi tu a fare il fighetto e dovremmo stare tutti a sentire te?”.
            Però, standolo a sentire, le cose si sono messe al meglio per tutti.
            Certo, se invece di un “vero” superesperto ti arriva quello che pensa di risolvere tutto perché ha visto l’Inferno di cristallo in replica su Italia 1…allora è diverso. Ma prima di dirgli “che cazzo vuoi?”, secondo me bisognerebbe sempre chiedere “chi cazzo sei?”.
            E se è la persona giusta, se dimostra di avere le conoscenze e le competenze che possono migliorare la vita di tutti, allora dovrebbe essere il benvenuto a prescindere da quanto vada vicino alle fiamme (o da quanta merda spali).

          • @vale, sono d’accordissimo. Il problema è che nel nostro caso siamo in un mondo di persone che semplicemente “se la tirano” da “superespertoni”, ma che in realtà non lo sono e in realtà vale più l’esperienza di una gattara che segue animali abbandonati da trent’anni. Tra i tanti ci saranno sicuramente i superespertoni, però non dovrebbero offendersi se si sentono “testati”… perché all’inizio nessuno lo sa e a volte ci sono esperienze negative del passato che fanno guardare con sospetto chiunque….. poi per carità, da tutte le parti c’è di tutto e di piu’, gli umili e i saccenti, i tradizionalisti, i superpessimisti, i so tutto io….. è uno specchio della società. Non voglio dire che da una parte siano tutti santi… solo che si fa molto presto a criticare dal di fuori. E io di critiche dentro di me ne ho tante… ma alcune giustamente me le tengo dentro di me anche per “rispetto” di chi spala merda che comunque è alla base di tutto. Se non ci fossero loro, non ci sarebbe neanche il lavoro per il superesperto pompiere in caso di incendio perché i cani sarebbero già morti mesi prima di bruciare. Non è neanche giusto tenere tutto dentro di sé e non fare critiche di nessun tipo, ma bisogna stare attenti a “come” farle uscire pian pianino in modo costruttivo… Questo articolo lo fa molto bene, per esempio… la mia era solo un’osservazione alla risposta di Rinaldo, non certo una critica a Luca che….. ce ne fossero. Un tentativo di spiegazione sul perché a volte si ha questa sensazione di “società segreta” e di non essere ben accolti.

          • Capisco, sono le dinamiche sociali presenti anche in ogni azienda.
            Io le vedo ovunque vada a fare consulenze, la differenza -nel mio caso- e’ che già mi sbatto dalle 10 alle 12 ore al giorno per produrre meglio io e far produrre il gruppo dove sono inserito (con gli stessi problemi, c’e’ quello che e’ da 15 anni che è li, quello che è perennemente incazzato con il capo, …) e non ho voglia di fare la stessa fatica anche nel poco tempo libero che mi rimane, quindi prendo i miei cani, vado a fare una passeggiata, tiro due dischi, faccio qualche riporto, box o ricerca oggetti e seguo saltuariamente quei pochi cani di amici

        • Sono molto interessanti tutti gli interventi (tranne l’attacco poco costruttivo di Mah). E credo che le teorie nuove vano calate nella realtà dell’esistente tramite una precisa programmazione collettiva, e quindi che vadano progettate insieme ai volontari che si occupano del quotidiano. Del resto, perché i nuovi arrivati non dovrebbero dare una mano anche nelle pulizie e il resto?
          Ma la nuova visione dei canili di L.S è assolutamente necessario per uscire fuori dai lager e per combatterli.

  12. Sono molto lieto del fatto che l’intervista che mi ha fatto Valeria riceva molta attenzione. Leggendo i vari commenti ho visto che molte persone hanno avuto positive esperienze in canili che adottano un approccio simile a quello di cui si parla nell’intervista. Di questo non posso che essere felicissimo e vorrei che questa occasione non finisca nel dimenticatoio stimolando coloro che la “vedono in un certo modo” a prendere contatto l’un l’altro, a condividere strategie e soluzioni di cui hanno sperimentato l’efficacia, insomma a confrontarsi. So che ci sono molti canili, operatori e volontari che lavorano in un certo modo e che magari si sentono soli e non sanno che anche altri, per strade differenti, sono arrivati alle stesse loro conclusioni e strategie operative. Non siete affatto soli. Scambiatevi link, numeri di telefono e siti internet, organizzate insieme manifestazioni e iniziative culturali e campagne di promozione. Qui, grazie alla rivista di Valeria, c’è un’opportunità in più di allargare i contatti e di condividere quanto più possibile…

  13. Mi ha molto colpito quello che ha detto Luca circa il terzo grado fatto al potenziale adottante: è esattamente quello che è capitato a me quando ho voluto prendere nuovamente un compagno a quattrozampe e mi sono rivolta al canile.
    C’è molta superficialità e poca attenzione ai bisogni/problemi di chi si rivolge a queste strutture.
    Problemi che possono andare dal vicino avvelenatore perché gli danno fastidio i troppi “bau” a dei figli piccoli alquanto esuberanti.
    Con risultati disastrosi per tutti, a partire dal cane.
    Ho visto proporre cani poco abituati a relazionarsi con gli umani a persone inesperte; cani insicuri, traumatizzati o che hanno vissuto sempre in gabbia suggeriti a coppie con bambini; cuccioli dati in adozione a chi trascorre la maggior parte del tempo fuori casa.
    Il desiderio di vedere un cane fuori dal canile fa commettere errori di valutazione. Si dovrebbe cercare di capire anche chi si ha davanti (magari un emerito idiota che vuole un pelosetto ammaestrato), cosa sa, quale è la sua situazione familiare.

  14. Bellissimo articolo! Condivido in pieno quanto detto da Luca Spennacchio, penso sia un progetto meraviglioso e spero che piano piano sia adottato un pò ovunque. In particolare è ottima l’idea di far lavorare i corsisti con i cani del canile dando comunque una percentuale al canile. Avrei voluto fare il corso Educatori proprio in questo modo!!! In futuro farò anche il corso istruttori, spero che per allora le cose funzioneranno come propone Luca. Noi in quanto studenti possiamo fare “pressioni” alla scuola affinchè renda possibile tutto questo!

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Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). Ci ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.