lunedì , 20 novembre 2017
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Kharma e Khismet (raccontino pre-pasquale)

di LAURA BUCCINO – Era la settimana che precede la Pasqua e me ne andavo trullera a far la spesa sopra casa mia. Arrivata alla fine del vialetto svolto a destra, verso il supermarket e vedo, tristissimo spettacolo, pietosamente stesi in terra, sull’asfalto, legati manco fossero idrofobi, due teneri agnellini, belanti , puzzolenti e molto produttivi dalla parte posteriore.
Non mi chiesi perchè. Sapevo che stavano per fare una brutta fine, così rinunciai a… a tantissime cose e mi feci truffare acquistando i due malcapitati a peso d’oro.
I quali mi costarono subito un patrimonio, dal veterinario, per curare l’onfaloflebite, al consorzio agrario per comprare 2 kg di latte in polvere e biberon, fieno, mangime e ballette di erba fresca all’allevamento dei bufali. Tutto ciò tra le risa e le battute dei compaesani, che si davano di gomito mentre passavamo noi tre in auto.
Li chiamai Kharma e Khismet, per ingraziarci appunto, il destino.
Io, che le pecorelle le avevo sempre viste da lontano, non immaginavo lontanamente cosa fossero da vicino. Non batuffoli bianchi e vaporosi, ma bestioni lanosi e puzzolentissimi, che detestano vivere puliti, si stendono dove la fanno ed il cui primo pensiero al mattino è alzarsi e farla dove hanno dormito.
Mangiano i libri, i fiori, le tende, la stoffa, tutto. E vogliono stare sempresempresempre con la mamma.
E belano. Continuamente.
Dove sono – pensavo – quei deliziosi animaletti che vedevo nei prati, a pascolare e giocare coi cani del pastore?
Non saranno per caso questi due mostri boccoluti che scagazzano ovunque camminando? Che si son pappati i miei libri, le foto ed il pigiama, le mie amate rose, l’olivo, la passiflora, insomma tutto?

Una mattina , mentre ero impegnata a raschiare la loro cacca dal pavimento, sento un grido terrificante, poi subito un altro.
Ecco, il macellaio è venuto a sgozzarli a casa e non me lo ha detto. Ora esco e lui mi dirà: “Signurì, je l’aggio fatto pe’ vvuje. Non si potevano sopportare, vi facevano perdere la salute…”
Fuori non c’è nessuno. I cani sì, ma non il macellaio, ne’ “i zimbari”, come qua chiamano gli arieti.
Giro del giardino, niente. torno dentro, niente. allora chiamo: Beeh, beeh, beeeh-eeh??
Si sente un rumore, viene dalla botola di nove metri quadrati in cui tengo la bombola del gas ed il serbatoio dell’acqua.
Mi affaccio e li vedo, scomposti e contorti, incastrati tra la bombola e la parete della botola.
I piccoli hanno sei mesi, ormai ed sono alti circa un metro e non so quanto pesino, ma è moltissimo: non riesco a tirarli fuori, così chiamo i pompieri, specificando che non è nulla di estremamente grave, ma un tantino urgente… e, per carità, non attirassero l’attenzione!
Pompieri che, puntualmente, arrivano a sirene spiegate, col camion antincendio invece che col furgoncino, mobilitando così tutti i vicini, i negozianti, i perdigiorno e gli scansafatiche dei dintorni, che si assiepano nel mio giardino per “dare una mano”, cioè per guardare e spettegolare.
Che vergogna!  Ma quel giorno capii che le pecore son fatte per i pascoli, non per le case: così, una volta salvati e sgombrato il giardino dalla folla, andammo, Kharma, Khismet ed io, all’ Iflhan, istituto per disabili in cui si praticava la pet therapy.
Avevano un piccolo gregge e vidi Kharma e Khismet allontanarsi trotterellando verso i loro conspecifici.
Salii in auto e fuggii, mentre mi chiamavano, senza però osare allontanarsi dal gregge, ormai la loro famiglia.
Erano stati con me sei mesi. Ce ne vollero altri sei per far scomparire le loro tracce da casa e dall’ auto.
Spero stiano bene.
Vigliaccamente non ho voluto più saperne nulla, per paura che…beh, se ci sono ancora, ormai sono molto vecchi e non ricorderanno più ne’ me, ne’ le loro marachelle.
Chissà se le pecore vanno in Paradiso?

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