mercoledì , 22 novembre 2017
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Alla scoperta di Paco (& friends)

paco_copdi VALERIA ROSSI – Oh, insomma: non si può sapere tutto, nella vita. Non si può sapere tutto neppure sui cani, neanche quando da tanti anni ci si occupa praticamente solo di loro; e non si può sapere tutto neppure sui libri dedicati ai cani, neanche quando da sempre-o-quasi ci si avventa su tutto lo scibile cinofilo, dal manuale tecnico alla narrativa.
Qualche bello spirito, ogni tanto, mi prende per i fondelli: “Bella forza, sostenere che hai letto quasi tutto ciò che è stato pubblicato sui cani: l’ottanta per cento almeno l’hai scritto tu!”
Ma non è vero, spiritosoni: nonostante abbia trionfalmente (boh, trionfalmente non saprei: diciamo allegramente, va’) superato i cento libri scritti, ce ne sono in giro talmente tanti da ridicolizzare perfino il mio numero a tre cifre.
Non so neppure se riuscirò a leggerli tutti prima di morire, vista anche la veneranda età (e se pensate che sessant’anni non siano poi così venerandi da pensare già a scavarsi la fossa, provate a vivere con un figlio che vi ripete ad ogni pie’ sospinto “Tu che ormai sei più di là che di qua…”, o “Qui scrivono che nel 2030 faranno… ah, no, vabbe’,  ma tanto tu non ci arrivi” eccetera eccetera. Lui fa così nella speranza – vana – di farmi smettere di fumare, ma l’effetto è comunque piuttosto deprimente: tanto deprimente che per riprendermi mi accendo subito una sigaretta).
Comunque… sta di fatto che non avevo mai letto “Paco, il re della strada”.
Uhhh, nooo, impossibileeee!, mi hanno detto un par di amici cinofili quando gliel’ho confessato.
E invece, possibilissimo: non solo non l’avevo letto, ma non sapevo neppure che esistesse. Avevo sentito nominare il Fondo Amici di Paco, ma del libro ignoravo l’esistenza. E mo’ mi chiedo: se avessi saputo che c’era, che dal 1997 era un “libro cult” degli amanti degli animali… l’avrei letto?
Risposta: boh. Non lo so.
Un po’ perché sono allergica ai fenomeni letterari, dei quali mi fido poco ritenendoli spesso frutto più del marketing che della buona scrittura (di solito alla fine ci casco e li leggo, quando nessuno ne parla più: però, non sempre. Per esempio, non ho ancora aperto un singolo libro di Harry Potter. In compenso ho ceduto alla curiosità sulle sfumature di grigio – nonché nero e rosso, perché ormai dovevo sapere come andava a finire – convincendomi ancora una volta che la mia idiosincrasia verso i mega-iper-successoni ha il suo bel perché); un po’ perché un libro che è stato definito “un manifesto dell’animalismo” mi avrebbe fatto rizzare dodicimila antenne di allarme (fino a pochi giorni fa non sapevo che l’autrice di Paco, Diana Lanciotti, mi avrebbe concesso di pubblicare un suo articolo dal titolo “Per favore, non chiamatemi animalista”); un po’ anche perché, data la mia lunghissimissima carriera di divoratrice di libri sugli animali, nove volte su dieci appena ne apro uno sono aggredita da una fortissima sensazione di deja vu, deja sentu, deja lettu. Soprattutto quando si tratta di struggenti e toccanti storie che trattano di cani randagi, gatti abbandonati e compagnia cantando. Così succede che, mediatamente, mi struggo pochino (un po’ sì, eh. Riesco a piangere anche sui libri che non mi piacciono, quando dentro ci muore un cane) e, più che toccata mi sento vagamente sfiorata.
Come dicevo, è poi successo che ho conosciuto, anche se soltanto via email, Diana Lanciotti. E’ successo che si sia parlato di una possibile collaborazione e che lei, molto carinamente, mi abbia mandato un paccone di suoi libri e di riviste “Amici di Paco” (perché il Fondo ha anche una sua attivissima casa editrice).
Io, che stavo per partire per Rimini (quattro ore e puzza di viaggio), ho sentitamente ringraziato e mi sono cinicamente detta: “Vabbe’, portiamoci dietro un paio di questi libri: anche se saranno le solite menatine strappalacrime, per passare il tempo in treno tutto fa brodo”.
Ho messo nello zainetto “Paco, il re della strada”e “Mamma storna”, e son partita: però sono arrivata in stazione con ampio anticipo, nell’attesa mi sono infilata da Feltrinelli (le librerie esercitano su di me un richiamo che le sirene, al confronto, erano principianti) ho visto che era uscito l’ultimo Camilleri… e addio Paco.
E’ rimasto in fondo allo zainetto.
Però, dopo tutto quel viaggio insieme nel quale l’avevo cafonescamente ignorato, mi sentivo in colpa verso quel libro. Appena tornata a casa gli ho detto “Adesso ti leggo, prometto” (sì, io con i libri ci parlo. E allora? Loro raccontano tante cose a noi, che c’è di strano nel ricambiare?).
L’ho parcheggiato nella Stanza Ufficiale di Lettura Numero Uno (il bagno. La numero due è la camera da letto) e puntualmente, la prima volta che ci sono entrata, l’ho attaccato con quella punta di snobismo che prelude sempre alla lettura di qualcosa che presumo mi sappia di già visto e rivisto.
A volte ci aggiungo anche un’altra punta, quella di presunzione-arroganza tipica di chi scrive per mestiere e pensa che nessuno al mondo (esclusi forse Camilleri e Stephen King) possa scrivere meglio di lui: però stavolta quella non ce l’avevo, perché mi era bastato l’articoletto della Lanciotti per capire che a scrivere era capace.
Anzi, era brava (e non è che ‘sto aggettivo lo elargisca con molta facilità).
Leggo la prima frase: “Mi ricordo benissimo quando sono nato”.
E penso: “Alè, ci siamo: un altro libro scritto dal cane…”
Son già mezza scazzata (lo so, lo so, basta pochino a scazzarmi… ma se aveste letto tutti i libri sui cani che ho letto io, e soprattutto se riceveste tutti i dattiloscritti, anzi ormai i computerscritti, o come cavolo si chiamano, che ricevo io, tutti partoriti da millemila geni che pensano di aver scalato le vette dell’originalità facendo scrivere il loro racconto o romanzo al cane, forse capireste).
Poi arrivo al secondo paragrafo, e… e dico solo che, per la prima volta da quando abitiamo a Torino (otto mesi), il figlio mi ha bussato alla porta del cesso.
In realtà di bagni ce ne sono due, in questa casa: ma siccome uno è di proprietà pressoché esclusiva delle gatte, finiamo sempre per servirci entrambi dell’altro. E siccome normalmente il figlio in bagno si porta il tablet e si mette a giochinare per ore, mentre io leggo soltanto per il tempo necessario ad espletare le funzioni per cui quella stanza è nata, di solito a bussare sono sempre io.
Stavolta, invece, ha bussato lui.
Anzi, per la verità mi ha gentilmente chiesto se “ci fossi cascata dentro”: battutina vintage ma tutto sommato lecita, visto che ero arrivata a pagina 45 del libro e che, in mancanza di bussate, probabilmente non mi sarei più alzata da lì fino a pagina 149 (indovinate quante pagine ha Paco? Bravi: 149).
Lode aggiuntiva numero uno:  non ho versato neanche mezza lacrima (vabbe’: ci sono andata vicino, ma una volta sola) e in compenso ho sorriso un sacco.
Non c’è traccia di retorica in Paco, e un libro dedicato a un cane randagio senza traccia di retorica è roba da guinnes dei primati.
Lode aggiuntiva numero due: un paio di volte ho pensato “Bellissima questa immagine, com’è che non è mai venuta in mente a me?” (sintomo di un diffuso morbo che si chiama “invidia dello scrittore”.  Io ne soffro come tutti quelli che fanno  questo mestiere, ma non mi sembra di essere un caso troppo grave: quindi, quando ne avverto i sintomi, significa che ho per le mani qualcosa che mi piace proprio tanto).
Somma lode di tutte le lodi: ho portato il libro fuori dalla Stanza Ufficiale di Lettura e ne ho letto un po’ anche sul divano (mobile fatto per appoggiarci il sedere con l’intenzione di prendersi una mezzoretta di relax, dopodiché il divano comincia ad emanare fetenti fluidi ansiolitici che mi fanno pensare: “Cosa ci faccio qui, che devo… (a scelta) scrivere l’articolo, preparare le slides, andare al campo, cucinare, portare il figlio spatentato da qualche parte, smerdare un po’ casa, portare fuori la Bisturi, dar da mangiare alle gatte” eccetera eccetera?
Paco ha rischiato addirittura il Riconoscimento Massimo di essere portato avanti e indietro dalla Stanza Ufficiale di Lettura numero uno alla numero due: non l’ha ottenuto solo perché, nella numero due, ci ho piazzato immediatamente “Silver Moon”, altro romanzo, guarda caso, della Lanciotti.
E visto che Paco l’ho finito in un giorno e mezzo (chiedetemi se mi è piaciuto), adesso nella stanza numero uno c’è “Mamma Storna” (chiedetemi di chi è).

gattaboscoTutto questo per dire cosa?
Be’, che mi è appena arrivato un comunicato stampa in cui si annuncia l’uscita della seconda edizione dell’ultimo romanzo di Diana Lanciotti.
Si intitola “La gatta che venne dal bosco”.
Ora, una cosa che non vi ho detto è che i proventi dei libri editi da “Paco Editore” vanno ad aiutare il Fondo Amici di Paco, che promuove e sostiene varie attività a tutela degli animali.
Sarebbe un ottimo motivo per comprare ‘sti libri, se non fosse che di questo ottimo motivo nun me ne po’ frega’ de meno.
No, non è che non mi freghi di aiutare la lotta al randagismo: ci mancherebbe altro. E’ che non mi serve questo motivo per leggere i libri della Lanciotti, visto che già li leggo perché mi piacciono. Perché mi hanno proprio affascinato.
Che il ricavato di questo libro vada ad aiutare i canili della Sardegna, ancora in emergenza dopo l’alluvione dell’anno scorso, è un valore aggiunto: non certo l’unico.
Ergo, pregasi… anzi, che pregasi? OBBLIGASI tutti coloro che amano gli animali, qualora non l’abbiano ancora fatto, ad accattarsi “Paco, il re della strada”.
E magari anche gli altri romanzi con Paco protagonista (quelli ancora non li ho letti e di solito sono prevenutissima anche nei confronti dei sequel, ma ho la sensazione che potrei cambiare idea anche su questo), nonché la gatta che venne dal bosco e tutto quel che è stato firmato finora dalla Lanciotti.
Perché  questa sciura qua Sa Scrivere, maiuscolo.
E basta.

I libri di Paco Editore possono essere richiesti direttamente al Fondo Amici di Paco (in questo caso tutto il ricavato va in beneficenza): www.amicidipaco.it (dove c’è il negozio online), o telefonando allo 030 9900732 o scrivendo a [email protected]Si possono acquistare anche in libreria, ma in questo caso il ricavato per la beneficenza è minore.

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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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