domenica , 19 novembre 2017
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Predatorio: è possibile limitarlo?

di VALERIA ROSSI – Qualche giorno fa ho pubblicato l’articolo di una lettrice (“Il predatore”): carino, ben scritto, molto dolce nella sua accettazione delle peculiarità non proprio “comodissime” del simpaticissimo (e bellissimo) meticcione Spank.
Devo dire, però, che ho pubblicato solo la prima parte della lettera di Gaia, che in realtà finiva con una richiesta di aiuto che suonava più o meno così: “io adoro il mio cane, lo accetto anche così com’è… ma se potessi fare qualcosa per limitare un po’ questo suo predatorio forsennato vivrei decisamente meglio”.

predatore4Mi rendo conto. Altroché, se mi rendo conto!
Perché ne conosco parecchi, di “predatori folli”, ma soprattutto perché ho allevato per trent’anni una razza fatta solo di predatori folli.
Il fatto che spesso io racconti di quante galline-pecore-ed-altro ho dovuto ripagare potrebbe far pensare che io NON sia la persona più adatta a trattare questo argomento e a dare consigli utili: il che è anche vero, almeno in parte.
Però posso dire a mia discolpa, Vostro Onore, che i miei cani hanno sempre fatto le loro razzie in branco. Che erano in quindici, uniti da un fortissimo legame sociale perché vivevano appunto in branco e liberi di interagire come volevano per la maggior parte della giornata: e se quindici  husky (non quindici “cani”: quindici husky. La differenza salta agli occhi di chiunque ne abbia avuto uno) decidono che c’è una preda papabile nel raggio di cinquecento metri, sfido chiunque a fermarli prima dell’irreparabile.
Io vado molto-ma-molto fiera del fatto che riuscissi a portarmi tutti i cani per boschi e per prati e a non perdermene nessuno, visto che la femmina alpha mi obbediva quasi come un pastore tedesco (ho detto “quasi”) e che mi bastava dirle “chiama tutti, che andiamo a casa” per veder arrivare l’intero branco come un sol uom… pardon, cane, pronto ai suoi ordini come lei era pronta ai miei.
SE però capitavamo in vista di un fagiano, o peggio di un cinghiale (mi son partiti anche dietro a uno di quelli… per fortuna non riuscendo a raggiungerlo), allora il QUASI diventava maiuscolo. Perché  la capobranco mi guardava come per dirmi “scusa, eh… lo so che non dovrei, ma non posso farne a meno”: dopodiché, anziché guidare il branco verso di me, guidava la caccia.

predatore5Lo confesso senza vergogna: in caso di branco, specie se di cani con predatorio altissimo, ancora oggi non ho idea di come si possa impedire di essere ignorati e presi per il naso.
Nel caso di Gaia, però, stiamo parlando di un singolo cane e non di un branco: e qui di cose fattibili ce ne sono.
Non è detto che funzionino sempre e comunque, soprattutto se il cane è adulto e se il comportamento è già fissato e stra-fissato: ma almeno si può provare ad agire partendo da alcune basi sia etologiche che psicologiche.
Prima considerazione: come abbiamo spiegato nell’articolo su pulsioni, istinti eccetera, un bisogno appagato cessa di essere motivante.
Questo vale per cani e umani, nello stesso identico modo. Quindi, la prima cosa da fare sembrerebbe essere quella di appagare il bisogno che spinge il cane alla predazione.
Ma qual è questo bisogno?
“La fame!”, risponderanno in molti.
E invece no!
Se davvero si trattasse di fame, basterebbe tenere il cane a pancia piena e l’impulso predatorio (o la motivazione predatoria, se preferite) sarebbe automaticamente sopito.
Ho letto che qualcuno consigliava proprio questo percorso per i forti predatori… ma purtroppo questo metodo non funziona. L’unico risultato può essere quello di ritrovarsi con un cane obeso che caccia/preda con lo stesso entusiasmo di prima (al massimo farà più fatica a raggiungere la preda, perché la ciccia lo appesantirà: ma l’entusiasmo non si raffredderà neppure di un grado).

predatore7Perché sostengo questo? Semplice: perché alla base dell’impulso predatorio NON c’è la fame.
Come credo di aver già spiegato in altri articoli, in natura (parlando quindi di lupi) la caccia ottiene un risultato positivo (ovvero: si uccide e si mangia la preda) in un numero davvero risicato di casi.
Quindi, se la motivazione fosse strettamente legata al successo, i lupi avrebbero smesso di cacciare migliaia di anni fa… e si sarebbero estinti. Invece quella furbacchiona di Madre Natura ha aggirato il problema, facendo sì che la caccia fosse divertente, piacevole e gratificante in se stessa, senza bisogno di arrivare al successo.
Conclusione: la motivazione che spinge il cane ad inseguire una preda (o presunta tale) non è la fame, ma il fatto che inseguire-cacciare sia una goduria,  indipendentemente dal risultato.
E allora cosa possiamo fare, per appagare questo bisogno?
Dobbiamo far sfogare il predatorio del cane su bersagli sostitutivi (il salamotto, la pallina, il fresbee…), facendo sì che il suo desiderio di divertirsi cacciando sia il più possibile appagato e che quindi le prede a noi sgradite (tipo il gatto dei vicini) diventino meno motivanti.

predatore8Chi vi dice che non si deve giocare con questi oggetti  perché “stimolano il predatorio” non dice una totale corbelleria, sia chiaro: se il predatorio è basso, effettivamente questi giochi ci aiutano ad innalzarlo. Una volta che si è elevato, però, il nostro obiettivo cambia e gli stessi giochi non servono più ad “accendere”, ma ad “appagare” la motivazione: anche quella che abbiamo creato noi stessi.
E’ lo stesso motivo per cui io consiglio sempre di insegnare ai cani aggressivi a mordere la manica: perché, se si divertono, desidereranno mordere quella anziché la nonna o il postino.
Il gioco è sempre lo stesso: cercare di appagare il più possibile un bisogno, un desiderio, affinché il cane si senta soddisfatto dirigendo i propri impulsi-istinti-motivazioni & C. verso un target accettabile dagli umani, anziché verso quelli che si sceglierebbe lui.
Ma nel caso del predatore ossessivo, questo sarà sufficiente?
Purtroppo la risposta è “no”. Servire serve, ma da solo non basta. Magari fosse così semplice!
Il fatto è che quella sciagurata di Madre Natura ha fatto proprio le cose per bene: la motivazione a predare/cacciare, per il cane, è una delle più intense in assoluto ed appagarla del tutto è difficilissimo, per non dire impossibile.

predatore9Il cane ha verso la caccia lo stesso atteggiamento che io ho verso i Mon Cheri: posso avere la pancia piena al punto da sentirmi scoppiare… ma se me ne mettono uno davanti, ce lo faccio stare lo stesso.
E attenzione, non è soltanto una battuta: perché i cani ed io siamo spinti dalle stesse due motivazioni.
La prima (fortissima) è quella di cui abbiamo parlato finora, e cioè la gratificazione (gusto della caccia/gusto piacevole del cioccolato), la seconda è il fatto che anche la spinta verso il cibo sia sempre presente nei meandri del nostro subconscio, perché il cibo soddisfa un bisogno primario, ovvero indispensabile alla sopravvivenza.
Ribadisco che NON è la spinta principale né verso la predazione né verso i mon cheri, però c’è anche questa: e l’abbinata “impulsi dettato da un bisogno primario” + “divertimento e graficazione” è una delle più micidiali che esistano.
Allora, cos’altro possiamo fare?
Eh… lavorare! Come al solito.
Lavorare, a scelta, sull’autocontrollo del cane (cosa che a mio modesto avviso si può ottenere solo col cucciolo) oppure sul controllo da parte nostra (e questo si può ottenere anche dall’adulto… con fatica ed impegno, e in tempi non brevissimi. Però…

si-puo-fare

Vediamo come, partendo dalle:

COSE DA EVITARE:

a) quando è possibile, cercare di non sottoporre il cane a stimoli che possano effettivamente aumentare la pulsione predatoria, senza però soddisfarla in alcun modo. Per esempio reti, staccionate, collocazione del cane dove ci sia transito frequente di motorini, biciclette e affini che il cane non può raggiungere… e così via;
b) evitare ASSOLUTAMENTE (ma c’è bisogno di dirlo?) di aizzare il cucciolo (e magari pure l’adulto: alla deficienza umana non c’è mica limite) contro gatti, piccioni ecc. E’ vero che i piccioni volano e il cane no, quindi potrebbe sembrare un gioco “innocuo”… ma la frustrazione che andiamo a creare eleva all’ennesima potenza l’appetenza verso la predazione;
c) se il cane manifesta già un predatorio elevato, evitare anche i giochi “a rincorrersi”… a meno che non siamo disposti anche a farci catturare, mordere e scrollare. Soprattutto, evitiamo che il cane giochi a  rincorrere i bambini (sempre a meno che non siamo disposti a lasciarglieli catturare/uccidere);
d) sgridare/punire il cane: al di là dei discorsi etici, è sempre poco produttivo cercare di sostituire un istinto o un impulso con il suo contrario (ovvero, in questo caso, con la paura).
I rischi sono soprattutto due: il primo è che il cane associ la punizione con lo stimolo (quindi: il cane insegue il gatto –> noi lo puniamo e quindi lo spaventiamo –> il cane pensa che la causa della punizione sia il gatto, e non il suo comportamento —> il prossimo gatto se lo vorrà proprio mangiare, e non solo inseguire per gioco).
Il secondo rischio è che la paura della punizione abbassi l’autostima e la sicurezza del cane, che quindi potrebbe sfogare attraverso il predatorio la sua frustrazione.

Vediamo invece COSA SI PUO’ FARE:

a) insegnare al cane  ad autocontrollarsi, sottoponendolo a stimoli inizialmente medio-bassi (per es. la pallina) e poi via via più interessanti (il gatto, le galline…) e chiedendogli di aspettare il nostro ordine prima di partire (verso la pallina. Verso gli animali NON si parte proprio).
Come ho già detto, i risultati sono ottimali se si comincia a lavorare con il cucciolo.
Con l’adulto… dipende molto da quanto predatorio ha nel DNA. Un molosso imparerà abbastanza facilmente ad attendere l’ordine, un levriero o un cane nordico (ma in generale, tutti i primitivi) obbedirà soltanto quando la preda è di scarso interesse (per esempio, il gatto che sta fermo. Se però parte e scappa… allora, auguri!)
b) ottenere un buon ingaggio (v. per esempio questo articolo), facendo in modo che giocare e interagire con noi appaia più divertente di qualsiasi altra attività: non è facile, ma si può fare anche questo… se si è bravi!
c) ottenere il controllo sul cane attraverso esercizi specifici, per esempio il “transport” che si fa in UD, mettendo a terra il salamotto o la manica e chiedendo al cane di restare al nostro fianco mentre andiamo insieme a prenderlo (non è lo stesso esercizio citato al punto a): in quello il cane deve soltanto aspettare l’ordine “vai!”, mentre in questo ci avvicineremo insieme, fianco a fianco, al giocattolo. Il “muoversi lentamente verso” è molto più impegnativo del restare fermo in attesa del via).
In realtà questo è un insieme di controllo e di autocontrollo, utilissimo per far sì che il cane, contemporaneamente, ragioni e ci obbedisca anche in presenza di una “preda”.
Questo ed altri esercizi potrebbero comunque non risultare sufficienti qualora lo stimolo sia davvero forte (l’inseguimento della minilepre che parte sotto al naso del cane è veramente difficile da controllare), ma sicuramente aiutano molto nella gestione del predatorio.

 

 


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Informazioni su Valeria Rossi

Savonese, annata ‘53, cinofila da sempre e innamorata di tutta la natura, ha allevato per 25 anni (prima pastori tedeschi e poi siberian husky, con l'affisso "di Ferranietta") e addestrato cani, soprattutto da utilità e difesa. Si è occupata a lungo di cani con problemi comportamentali (in particolare aggressività). E' autrice di più di cento libri cinofili, ha curato la serie televisiva "I fedeli amici dell'uomo" ed è stata conduttrice del programma TV "Ti presento il cane", che ha preso il nome proprio da quella che era la sua rivista cartacea e che oggi è diventata una rivista online. Per diversi anni non ha più lavorato con i cani, mettendo a disposizione la propria esperienza solo attraverso questo sito e, occasionalmente, nel corso di stage e seminari. Ha tenuto diverse docenze in corsi ENCI ed ha collaborato alla stesura del corso per educatori cinofili del Centro Europeo di Formazione (riconosciuto ENCI-FCI), era inoltre professionista certificato FCC. A settembre 2013, non resistendo al "richiamo della foresta" (e soprattutto avendo trovato un campo in cui si lavorava in perfetta armonia con i suoi principi e metodi) era tornata ad occuparsi di addestramento presso il gruppo cinofilo Debù (www.gruppodebu.it) di Carignano (TO). CI ha lasciato prematuramente nel maggio del 2016, ma i suoi scritti continuano a essere un punto di riferimento per molti neofiti e appassionati di cinofilia.




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